Sono nata qui

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Sono nata qui.

Dove un corso d’acqua davanti casa, per me era un fiume, il mio fiume e invece dopo qualche anno, mi hanno detto che era un canale, il canale Gavello, proprietà del consorzio di Burana. All’amo delle canne da pesca di qualche paziente pescatore hanno abboccato lucci e qualche siluro. Quanti sono passati di qui, con le loro esche e quelle curiose valigette verdi. Quei secchi colmi di acqua putrida e qualche “boccaccia”. Guarda, un gambero americano sta risalendo il recipiente di plastica.
L’odore quasi lacustre è intenso anche ora, così come quello di qualche balla fieno. Quante gatte hanno partorito lì. Tra un “ballone” e un altro.
Le mie mani nella terra. Eccole lì. Piccole e tozze impastano detriti, erba e foglie e terra. Terra. Quanto ti ho odiato. Le mie braccia si levano in cielo e sono pronte a far rimbalzare una palla attorno ad un muro di un vecchio casolare, che ormai non c’è più.
Collezionavo insetti e fiorellini di campo. Li classificavo, attribuendo loro i nomi più ridicoli. Guardala lì, una Farfalla della morte. Ecco il Fiore delle mosche. Ma il mio preferito rimane la Goccia d’oro che si imponeva su tutti in mezzo al prato.Sono nata qui e qui ritorno ogni volta che rinasco. Casa mia è un grande utero. I conigli bianchi dagli occhi rossi mi fanno paura. Le faraone schiamazzano in cortile, quando il sole caldo di luglio colora la pelle di mio padre. Le galline beccano avidamente una fetta d’anguria gettata da mio fratello, un grassottello bimbo biondo, con gli occhietti azzurri. Quanto ci siamo menati. Ti ho odiato. Non ti sopportavo. Facevi battute terribili e mi portavi via il mio pubblico, che rideva alle tue battute prive di senso. L’occhio di bue sempre e solo su di te. Ti odiavo, perché mi imitavi in tutto. Ripetevi qualsiasi parola nuova che sentivi dire da me, storpiandola. Ora ti imito io e non so nemmeno più scrivere.
La canotta a righe orizzontali blu e i tuoi buffi pantaloncini rossi da cui spuntavano le tue gambotte storte e grasse ti stanno aderenti. Quanto ti ho preso in giro. Tu che corri in mezzo all’aia con le ciabatte vecchie di papà. Hai una scopa in mano e cerchi di raggiungermi. Attento. Inciampi. Sei caduto. Inizi a piangere. Chiami forte e la mamma arriva furiosa. Io non mi avvicino e continuo a correre via. Scappo, perché potrei addirittura prenderle. Sono la più grande. Sei caduto. Ti sei sbucciato le ginocchia. Io ti ho offeso, chiamandoti “ciccione”. Ti ho provocato io. Mamma continua a inveire contro di me. Io mi nascondo dietro una balla di fieno. Eccoli i miei micini. Hanno ancora gli occhi chiusi. Ne prendo in mano uno, tutto nero. E lo accarezzo con la guancia. Quanto miagola insistentemente.
Valerio si rialza da terra. Finge di zoppicare per impietosire mamma. Io mi avvicino al fiume, il mio. Mi siedo sul primo gradino della scaletta e succhio un fiore che sa di zucchero. Una rana enorme gracida proprio a pochi metri da me. Vorrei stendermi qui, su questo scalino, ma ho paura dei ragnetti grigi. Io sono nata qui e tra le mani ho quel pezzo di cielo con un sole disegnato, che ride. Le mie matite Giotto hanno colorato i miei pensieri di bimbetta ribelle. Ho terminato l’arancione, il giallo e il verde. E ho perso il blu.

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