Virtù che non si apprezza già si perde

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Cosa c’è negli occhi delle donne,

Se non l’illusione di abbracciare cose belle.

Nell’incanto di chi ascolta passi nuovi,
La virtù che non si apprezza già si perde.

La tua mano sulla spalla,
Mi trattiene.
Non è che a poco a poco
Poi svanisce?

Gli occhi, quasi tesi, quasi fari, abbagliano un ricordo di settembre.
La mano, che carezza i miei capelli
E un ponte vecchio che tra i soli
Già sbiadisce.

 

 

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DISTR(A)UZIONE

La distrazione è subdola e crediamo di saperla governare. Non facciamo altro che cadere nel solito bicchiere d’acqua, che ormai è evaporata. Siamo contusi e al contempo confusi. Quando ci rialzeremo, saranno già scappati tutti. Con le ginocchia sbucciate e il viso graffiato dalle lacrime più dure, infileremo le mani in tasca e ciò che troveremo sarà sabbia, grigia sabbia del tempo, di una clessidra che avremo già sbadatamente disintegrato in moltitudini. E sarà l’anarchia temporale. Ci rimarrà da distruggere quel solito bicchiere di vetro, quello vuoto nel quale è rimasto solo l’alone del calcare dell’acqua. Quello in cui continuiamo a cadere. Si romperà e sarà l’anarchia spaziale.
Di quel bicchiere non resterà che un solo frammento: il nostro talismano. Lo terremo fin quando non avremo trovato fra i rovi annodati dei nostri pensieri i segni luminosi della nostra concentrazione. E allora sarà vittoria. Non ci saranno clessidre, né bicchieri a spaventarci. E allora sarà vittoria. E allora saremo liberi.

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Che

Che poi i discorsi col “che” non si cominciano mai. “Sacrilegio!”, gridano i puristi della Crusca, eppure il “che” è un ponte verbale, fra quello che hai in testa e quello che hai sulla punta della lingua. Che poi non saranno mai la stessa cosa, ma poco importa. Quando mai forma e sostanza hanno avuto le medesime sembianze? Forse Dio racchiude nel suo essere la perfetta armonia tra ció che dice di essere e ció che è. Io poi con lui non c’ho mai parlato. Non sia mai. Con gli sconosciuti non parlo. Navigo a vista e non so distinguere la stella polare da un fuoco d’artificio. Poco importa. In tasca conservo ancora lo scontrino di quell’ultimo pasto consumato al Nuvolari, la trattoria di Vigevano. 25.000 lire e un piatto di tortelli di zucca e ragù e una bottiglia di vino della casa, quello imbottigliato dal Moretti. Che poi il Moretti è morto poco dopo. Brutta fine. Stava pescando e un fulmine l’ha colpito. Che morte infame. Che poi non ha lasciato molto alla moglie. La signora Teresina, due tette peccaminose e una coscia più lunga dell’altra. Qualche debito in eredità. Forse una bicicletta e una vigna. Pochi ettari. Io non ci credo più alle poesie. Nemmeno a quelle che scriveva Lucia. Ne porto peró una con me? Sì, Ne porto peró una con me. Scritta di getto su un pezzo di cartone delle buste del latte. Si chiama “Naso e cuore” e recita così: Laddove le tue delicate narici si poggiano, per riconoscere il mio respiro, non avrà scampo il mio cuor, che si lascerà inalare”. Che avrà voluto dire, Lucia? Non so. Ma io, i discorsi col “che”, non li comincio più.

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Di spalle

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Un pacchetto di chewing-gum non basterà per il tutto viaggio.

La risposta che cerchi è oltre quelle tamerici.
Lascia a te stesso almeno qualche soldo per rinfrancarti

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La bellezza delle cose

 

 

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È il senso che dona bellezza alle cose. Le cose che non ne hanno uno rimarranno brutte.

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B di Bologna

Bologna fruga tra i pensieri della gente.
Si nasconde sotto le gonne leggere delle signorine per scoprire che cosa c’è lì sotto.
Bologna scappa per i vicoli del centro e si sbuccia le ginocchia. 
ImageBologna parla inglese e anche un po’ francese, ma ride, ride quasi a stare male, come un italiano. Bologna si allaccia un sandalino di stoffa tutto giallo e lancia a terra il cappellino. E ride, ride, ride.

 

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Think big, act …

Think big, act simple

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3 Maggio 2013 San Martino Spino

San Martino è un buco di culo. Sì. L’ultima frazione del Comune di Mirandola, che proprio per la sua collocazione un po’ decentrata, vive in un mondo un po’ a parte. E’ un lembo di terra un po’ bastardo, che abbraccia i territori del ferrarese, rodigino e mantovano. E’ una via, una chiesa, una piccola piazza, un campo sportivo, un bar.
Eppure, ha una propria identità. Credo sia l’unica delle frazioni del comune mirandolese a sentire addosso quel senso di appartenenza, quel senso di comunità, che sa di antico.
Non me ne vogliano le amiche dei paesi limitrofi, ma qui sono nate le donne più belle della zona. Qui sono nate e cresciute le mie più care amiche.
Stasera guardavo i visi meravigliosi di quei giovinetti, che non conosco. Parevano un po’ sconvolti, ma anche sollevati, come a dire: “Che vuoi che sia questo, noi abbiamo superato un terremoto”. Quei ragazzetti erano tutti lì, ancora una volta, al bar pizzeria Dai Fratelli. Piazza Airone era diventata il parcheggio delle auto della polizia e di qualche camionetta dei vigili del fuoco.
Il Sindaco era presente, così come lo erano alcuni assessori e altri consiglieri comunali.
Tromba d’aria. O Tornado. 3 maggio 2013. Ecco, l’ho detto. Un’altra calamità naturale. Poche case colpite. Questo groviglio di vento sembra aver preso di mira tragicamente solo alcune cose. Stimerei una decina di famiglie. Danni apparentemente circoscritti. Non riesco a dire “Per fortuna”. Per fortuna un corno. Ci sono persone che avevano appena ristrutturato la propria casa a causa del sisma. Denaro sprecato. Denaro da “cacciare fuori”. Per fortuna proprio no.
E pensare che abito a sette chilometri di distanza e non mi sono accorta di nulla.
San Martino è un buco di culo, che per essere tanto piccolo, ha vissuto cose troppe grandi.
E pensare che il 4 maggio, ovvero il giorno successivo a quello di questo disastro meteorologico odierno, si sarebbe svolta una festa, per recuperare qualche soldo e ricostruire alcuni edifici di San Martino Spino.
Abbraccio Rita ed Elena. E tutti gli amici e i conoscenti di San Martino.

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Sono nata qui

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Sono nata qui.

Dove un corso d’acqua davanti casa, per me era un fiume, il mio fiume e invece dopo qualche anno, mi hanno detto che era un canale, il canale Gavello, proprietà del consorzio di Burana. All’amo delle canne da pesca di qualche paziente pescatore hanno abboccato lucci e qualche siluro. Quanti sono passati di qui, con le loro esche e quelle curiose valigette verdi. Quei secchi colmi di acqua putrida e qualche “boccaccia”. Guarda, un gambero americano sta risalendo il recipiente di plastica.
L’odore quasi lacustre è intenso anche ora, così come quello di qualche balla fieno. Quante gatte hanno partorito lì. Tra un “ballone” e un altro.
Le mie mani nella terra. Eccole lì. Piccole e tozze impastano detriti, erba e foglie e terra. Terra. Quanto ti ho odiato. Le mie braccia si levano in cielo e sono pronte a far rimbalzare una palla attorno ad un muro di un vecchio casolare, che ormai non c’è più.
Collezionavo insetti e fiorellini di campo. Li classificavo, attribuendo loro i nomi più ridicoli. Guardala lì, una Farfalla della morte. Ecco il Fiore delle mosche. Ma il mio preferito rimane la Goccia d’oro che si imponeva su tutti in mezzo al prato.Sono nata qui e qui ritorno ogni volta che rinasco. Casa mia è un grande utero. I conigli bianchi dagli occhi rossi mi fanno paura. Le faraone schiamazzano in cortile, quando il sole caldo di luglio colora la pelle di mio padre. Le galline beccano avidamente una fetta d’anguria gettata da mio fratello, un grassottello bimbo biondo, con gli occhietti azzurri. Quanto ci siamo menati. Ti ho odiato. Non ti sopportavo. Facevi battute terribili e mi portavi via il mio pubblico, che rideva alle tue battute prive di senso. L’occhio di bue sempre e solo su di te. Ti odiavo, perché mi imitavi in tutto. Ripetevi qualsiasi parola nuova che sentivi dire da me, storpiandola. Ora ti imito io e non so nemmeno più scrivere.
La canotta a righe orizzontali blu e i tuoi buffi pantaloncini rossi da cui spuntavano le tue gambotte storte e grasse ti stanno aderenti. Quanto ti ho preso in giro. Tu che corri in mezzo all’aia con le ciabatte vecchie di papà. Hai una scopa in mano e cerchi di raggiungermi. Attento. Inciampi. Sei caduto. Inizi a piangere. Chiami forte e la mamma arriva furiosa. Io non mi avvicino e continuo a correre via. Scappo, perché potrei addirittura prenderle. Sono la più grande. Sei caduto. Ti sei sbucciato le ginocchia. Io ti ho offeso, chiamandoti “ciccione”. Ti ho provocato io. Mamma continua a inveire contro di me. Io mi nascondo dietro una balla di fieno. Eccoli i miei micini. Hanno ancora gli occhi chiusi. Ne prendo in mano uno, tutto nero. E lo accarezzo con la guancia. Quanto miagola insistentemente.
Valerio si rialza da terra. Finge di zoppicare per impietosire mamma. Io mi avvicino al fiume, il mio. Mi siedo sul primo gradino della scaletta e succhio un fiore che sa di zucchero. Una rana enorme gracida proprio a pochi metri da me. Vorrei stendermi qui, su questo scalino, ma ho paura dei ragnetti grigi. Io sono nata qui e tra le mani ho quel pezzo di cielo con un sole disegnato, che ride. Le mie matite Giotto hanno colorato i miei pensieri di bimbetta ribelle. Ho terminato l’arancione, il giallo e il verde. E ho perso il blu.

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Maggio

Maggio.

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